domenica 24 settembre 2017

ELEZIONI IN GERMANIA TRA RIFORM€ DEI TRATTATI...E HAZARD CIRCULAR



1. Cerchiamo di percepire le cose dalla "giusta distanza", avendo razionalmente a riferimento lo scenario complessivo degli avvenimenti economico-istituzionali in fieri sulla scena L€uropea. Merkel-Schulz oggi stravinceranno, sapendo in anticipo che la Große Koalition si "ha da fare".
Soprattutto perché non ci sono sostanziali differenze tra le politiche economiche ordoliberiste (in continuità mercantilista, rispetto a L€uropa), che intendono perseguire i due rispettivi partitoni filo€uropeisti. 
Questa convenienza prioritaria a stare insi€me - dopo qualche il rituale balletto nelle trattative per formare il governo (da tirare per le lunghe quanto basta in una tradizionale cosmesi)- può essere sintetizzata da questo slogan elettorale abilmente utilizzato:


2. Come dovremmo ormai sapere, appena messa nel sacco la conferma dell'attuale "governabilità", la Germania, assicuratasi l'essenziale appoggio di Macron (cioè delle elites francesi; sarebbe troppo dire "della Francia"), passerà alla fase accelerativa delle riforme dei trattati in senso ancor più stringente dell'antisolidarietà interstatale che li caratterizza, passando a un regime finanziar-poliziesco ancora più duro e colpevolizzatore dei paesi che difettino di una competitività millimetricamente modellata su quella tedesca. 
E' da presumere che, qualunque sia l'attuale orientamento governativo e, inoltre, qualsiasi sia l'esito delle prossime elezioni, i "negoziatori" pro-tempore italiani appoggeranno senza sostanziali riserve questa riforma: sì, verrà fatta qualche obiezione, ma la sostanza sarà valutata positivamente, dato che tutti i principali rappresentanti politici, tutti gli espertologi chiamati in causa, e tutti i media, concordano già ora sul fatto che il problema è l'enorme debito pubblico, e che è giunto il momento di affrontarlo con decisione per...promuovere e favorire "la ripresa". 
E infatti, con grottesca coerenza, gli parrà naturale accelerare l'insostenibilità di tale debito pubblico, accettando il rating dei titoli del debito (risk weighted), come pure, astutamente, l'incremento di contribuzione (netta) al neo-bilancio federale dedito alle condizionalità...

2.1. Insomma, dentro la moneta unica, i dogmi del liberoscambismo, della crescita senza "puntare" sulla domanda interna, e la logica della scarsità di risorse, - in pratica la Hazard Circular- tengono in pugno le istituzioni di tutti i paesi coivolti nell'eurozona e i relativi partiti sono ridotti a fedeli esecutori di questa "madre di tutti i dogmi" (antidemocratici), costantemente ritirata fuori in ogin fase cruciale del capitalismo

3. Proprio perché parla della Hazard Circular e del suo ruolo essenziale all'interno del "federalismo interstatale", - assunto come inevitabilmente omogeneo a qualsiasi federalismo- riporto questo commento di Bazaar, che non solo ci delinea sinteticamente la genesi storica del modello politico-sociale che stiamo subendo, in tutto l'Occidente sottoposto all'ombrello atlantista (v. la "premessa), ma anche le sue proiezioni in un prossimo futuro. 
Storicamente, la ricostruzione di Bazaar, prende le mosse dalla guerra civile USA di Secessione, le cui fratture furono, in parte, ricomposte proprio introducendo la "solidarietà" FISCALE centralizzata, nello Stato federale, cioè nello US Governement, così odiato dagli anarco-liberisti e dai tea-party, ma pure dai mondialisti "liberal", in vista dell'agognato momento in cui tutto il globo sarà governato da ONG private controllate da ESSI
Quella stessa solidarietà fiscale - c.d. "di trasferimenti", che in realtà, secondo la nostra Costituzione, dovrebbe comporsi di politiche di investimento e industriali di interesse comune a tutta la Nazione (v. qui, p.4) - che il federalismo L€uropeo, come pure quelli "local-secessionisti", si fanno un punto d'onore di voler eliminare:
"Chang fa notare che il fronte liberoscambista è rappresentato dagli stati del sud, economicamente fondati su schiavitù e latifondi e, di conseguenza, strutturalmente collaborazionisti coi britannici a causa dei "vantaggi comparati".

Tanto che il "partito sudista" era pubblicamente tacciato di essere filobritannico.

Chiaramente, il problema di annichilire la forte aspirazione democratica dei singoli stati nazionali nordamericani prima di essere vincolati dalla federazione - che erano oggettivamente molto libertari rispetto allo stato oppressivo che la putrida "nobiltà" imponeva ai popoli europea - concentrava la discussione dell'élite americana proprio intorno al "check & balance" per produrre istituzioni "federali" che garantissero l'alternanza nella dialettica governo opposizioni tra interessi della proprietà terriera del sud e della borghesia mercantile del nord.

Contemperando la comune esigenza di non permettere strutturalmente la solidarietà di classe dei lavoratori, e, quindi, la democrazia, tramite la natura divisiva della grande federazione ed i suoi corollari di inconciliabilità di interessi molto diversi tra ceti che avrebbero gli stessi interessi di classe. Ossia, il federalismo nasce con l'intento di provocare artificialmente conflitti sezionali non di classe. Così, la sanior pars, può governare indisturbata esclusivamente su indiscutibili ed eticissimi "principi".

La tradizione hamiltoniana liberista ma non liberoscambista, volta a proteggere l'infant capitalism del nord, troverà poi naturale sbocco con Lincoln.

Certo è che la dottrina Monroe segna l'indipendenza nazionale degli USA che, in qualche modo, possono sviluppare la propria industria nazionale ed essere loro ad imporre il "libero scambio" agli altri.

Infatti, dalla Hazard Circular del 1862 si evince che al capitale britannico sta bene che gli USA si emancipino definitivamente e non rimangano ad esportare patate e cotone - come vorrebbe la logica ricardiana di specializzazione - poiché de facto hanno dimostrato la forza per entrare nell'élite delle "potenze imperialiste": aboliscano pure la schiavitù ma che si attengano totalmente al "protocollo" liberale: scarsità delle risorse tramite controllo privatistico dell'emissione monetaria (v. "macroregioni" L€uropee). Che Lincoln la pianti col "crimine" di soddisfare la domanda di denaro per lo sviluppo dell'economia. Non si vorrà mica rischiare di arricchirsi tutti e far finire l'ordine secolare che permette esorbitanti privilegi ai pochissimi, no?

Schmitt si sgola per decenni a dire, poi, che ogni volta che si parla di Occidente e occidentali, si parla sempre e solo di dottrina Monroe. Quando l'Occidente avrà compreso Russia, Iran, Corea del Nord, Siria e Cina... bè, anche degli USA non ci sarà più bisogno. Tutto sarà Occidente per la gioa del Grande Oriente. E, come sapevano i Founding Fathers, l'umanità si schiavizzerà in un'impersonale tirannia a cui non parteciperanno neanche le stesse élite con la loro infantile vocazione mondialista".

giovedì 21 settembre 2017

"TIMO" CATALUNYA...ET DONA FERENTES (festosamente all'autodistruzione: ma non delle elites locali).


1. La "lotta" di cui si devono evitare i segni, stra-ovviamente, è quella con L€uropa delle macroregioni in cui dissolvere gli Stati nazionali. 
QED in diretta sincronica ital-€uropeista:


2. Sul punto macroregioni, loro essenza, e DICHIARATE finalità, da rileggere questi due post:

A) L'ATTACCO FINAL€ ALLA SOVRANITA' DEMOCRATICA: LE MACROREGIONI (zitti, zitti, nella "notte" delle Costituzioni democratiche...la "grande società" avanza)

B) MACROREGIONI E "BEST PRACTICE" (irish-way) ALL'INTERNO DELL'AREA EURO: MA SIETE SICURI?

Sintesi (dei due lunghi post, corredati dalla illustrazione della enorme mole delle fonti dirette L€uropee, già emanate "a vostra insaputa"): 

"...le macroregioni trovano il loro senso, - come risulta evidente dalla procedura di proposta e approvazione, rigidamente controllata dalle istituzioni UE all'interno (sicuramente per quanto ci riguarda) della moneta unica-, nel divenire un sistema di attuazione accelerato del modello economico dell'euro

In questo quadro strategico (intrisencamente tecnocratico), che tende ulteriormente a forzare l'applicazione dei trattati, aggirando le resistenze di Stati nazionali e relativi parlamenti, le macroregioni servono essenzialmente a evitare di dover dare soluzione ai problemi di mutamento dell'assetto europeo. 
Ed infatti, oltrepassano a livello ideologico-culturale, fondato su una neo-etnia condivisa e "contro" le identità nazionali di provenienza, i problemi di asimmetria dell'eurozona. 
Insomma, implicano un'accettazione idealistica, tanto labile quanto facile da suscitare, in nome della dissipazione delle nazionalità, identificate, senza alcuna coerenza con la realtà delle vicende dell'eurozona, con gli Stati "oppressori" e "tassatori". 
Esse possono quindi contare su un (ben noto) serbatoio propagandistico internazionalista e, al tempo stesso localista, tipico dell'attacco dispersivo delle sovranità democratiche portatrici del welfare.
Ottenuta l'adesione fideistica delle comunità interessate all'accordo autorizzato da Bruxelles (e già la contraddizione dovrebbe essere un campanello d'allarme), le macroregioni creano, a livello sub-statale (e simultaneamente internazionalizzato) una coesione competitiva, inevitabilmente diretta a prevalere, cioè ad affermare la propria supremazia economico-commerciale, sulle aree e regioni non incluse nel patto, in perfetta aderenza alla logica mercantilista e liberoscambista che inevitabilmente caratterizza lo scopo essenziale di rimodellamento sociale della moneta unica
...
Ma l'innesco della suddetta suggestione "ideale" non tiene conto degli effetti concreti che subiranno le relative comunità, proprio perchè il sistema, diretto e monitorato da Bruxelles, non può differire da quello attualmente vigente, di cui, invece, costituisce un'evoluzione accelerativa ulteriore.

La grande contropartita che viene offerta è essenzialmente psicologica, almeno per le masse "elettorali": la direzione delle operazioni è sì affidata a Bruxelles ma depotenziando radicalmente ogni voce in capitolo dello Stato nazionale.  La prospettabilità di un tale vantaggio è vera quanto è vera la vulgata che gli Stati nazionali siano di ostacolo alla efficienza dei mercati e che il libero gioco di questi sia la panacea di tutti i mali. Che è poi un altro modo di considerare vera la spiegazione per cui il problema italiano sarebbero il debito pubblico, la casta, la corruzione e la spesa pubblica improduttiva.

Ciò presuppone che all'esistenza dello Stato, ed alla sua residua (molto poca) sovranità, sia attribuibile la responsabilità della crisi economica e delle difficoltà di sviluppo dell'area interessata, in un deliberato processo di rimozione della realtà dell'intera area euro, - basti dire che, tranne la Germania, solo i paesi UEM hanno persistenti difficoltà di crescita, ma non quelli dell'UE che non sono parte dell'area euro.
...
L'assetto che si registrerebbe nelle macroregioni è facilmente prevedibile: spostando su questo governo privatizzato e localista (per quanto allargato) la responsabilità di determinare l'assetto del mercato del lavoro, ed in genere, il co-governo transnazionale della parte essenziale dell'economia, si imporrebbe la immediata (anzi, istantanea) attuazione della correzione dei CLUP e quindi dei livelli salariali "relativi" dell'area interessata, in ogni sua parte "componente"

In altri termini, le aree italiane (partecipanti alle varie macroregioni), ove poste a diretto contatto con altre aree "core", dovrebbero necessariamente devolvere alle istituzioni macroregionali, che provvederebbero in forma di accordi deliberativi che bypassano ogni competenza costituzionale e legislativa nazionale, il potere di imporre l'immediata correzione dei livelli salariali che risulti determinata dalla rilevazione delle "pratiche virtuose" della regione più competitiva coinvolta nell'accordo. 

L'aggiustamento quindi sarà in partenza asimmetrico, potendo NON esserlo solo in caso di precedente convergenza assoluta dell'andamento del CLUP e dell'indice di competitività dei rispettivi "ambiti regionali" interessati. 

L'urgenza irrinunciabile corrisponde ad una correzione che sarebbe altrimenti impossibile, nella stessa misura e tempistica, a livello dell'intera area euro, se non altro perchè gli Stati che la realizzassero integralmente nella misura "voluta" dall'€uropa rischierebbero il collasso (anche se Irlanda e Portogallo, per non parlare della Grecia, hanno attuato le correzioni in misura quasi integrale, non riuscendo certo a risolvere "l'enigma" delle crescita stabile ed effettiva: naturalmente non cercate di capirlo in base a quanto vi dicono i media italiani). 
O comunque la correzione gestita dagli Stati,  può agire solo in un periodo molto più prolungato (come sanno gli italiani, i greci, i portoghesi e gli spagnoli che emigrano in Germania attualmente).
...

La Confindustria, ancora nel 2014, parla di una correzione salariale, di recupero della competitività, nella misura del 20%: opportunamente, in questa direzione, la macroregione, col suo "piano di azione" teleguidato da Bruxelles, potrebbe realizzare "d'imperio", cioè in via normativa obbligatoria per le popolazioni interessate, sancita dal suo organismo associativo "privato", dei tagli netti delle retribuzioni nelle misure che, adattate alle specifiche realtà macroeconomiche interessate, le riportino appunto sul livello della "best practice" dell'area appartenente al paese più competitivo (cioè che ha svalutato maggiormente il proprio tasso di cambio reale) che si è associato nella stessa macroregione.

La domanda interna e le strutture industriali dell'area aderente, che si trovi a subire questa correzione, si troverebbero in una situazione "greca", o al più irlandese Questo l'esito più certo e inevitabile delle macroregioni, ove attuate nei settori che darebbero senso all'operazione - e non il carattere di ulteriore sovrapposizione di entificazioni di governo più o meno (macro)locale. Macro-locale ma, con certezza, fortemente centralizzato e, programmaticamente, autoritario (in quanto coessenzialmente orientato alla competitività sul costo del lavoro).
...

Le implicazioni sarebbe molte: dalla insostenibilità di un sistema sociale integrato, plurinazionale, che si basi esclusivamente sulla esportazione-competitività, al costo fiscale che la inevitabile caduta della domanda interna imporrebbe in termini di minor base imponibile, in situazione di obbligatorio pareggio di bilancio -immediato e senza mediazioni- e di invarianza delle precedenti risorse pubbliche (che comunque diminuirebbero), fino alla depatrimonializzazione delle attività aziendali e immobiliari, soggette, come tali, all'acquisizione "agevolata" dei famosi investitori esteri.
Naturalmente, come sta accadendo di fronte alla evidenza offerta dal complesso delle folli politiche €uropee, tutto quanto qui sinteticamente illustrato non verrà "creduto": si crederà alla immaginifica efficienza dei mercati ed al fatto che, "dentro l'euro noi ce la possiamo fare"...Andando festosamente all'autodistruzione. Autodistruzione delle "masse" e non delle elites, localistiche e estero-investitrici, per cui, invece sarebbe un autentico "banchetto"

3. Però, però...se quella che precede è la sintesi (di una pletora ingovernabile, per l'intelligenza umana, delle elucubrazioni cosmetiche sponsorizzate da ESSI), relativa alla STRUTTURA cui aspirano le macror€gioni, val bene la pena di fare un piccolo cenno alla "sovrastruttura" ideale e pseudo-culturale (chiedere a Soros...), che costituisce l'alimentatore del consenso (disinformato) indispensabile a realizzare questo (senza dubbio) brillante disegno. Anche in questo caso traggo e sintetizzo, apportando alcune precisazioni (spero) chiarificatrici, da un precedente ciclo di post sul tema "federalismo & indipendentismo" e relativa soluzione "geniale" del conflitto tra oligarchie e massa di "perdenti" (inutile che ne ri-consigli la ri-lettura):

"Insomma, anche l'etnia è, in definitiva, un'invenzione culturale umana, che, come per tutte le ipostatizzazioni sociali (cioè le sintesi assunte come "certezze di giudizio"), è facilmente rappresentabile come espressione di rapporti di forza: l'identità etnica è genericamente riferibile, più che ad omogeneità razziali, culturali o linguistiche –  che, come abbiamo visto, sono scientificamente non discriminabili –  a omogeneità di carattere “contrappositivo”.
Il gruppo sociale trova i propri confini e, quindi, la propria identità, nel momento in cui condivide un “nemico” – un competitor! – comune: scegliete voi dagli innumerevoli esempi degli ultimi decenni, in Italia, e sempre rammentando cosa dice Rodrik sul divide et impera su cui prosperano le elites liberoscambiste (qui, p.4). Come le classi sociali sono prodotte dal conflitto distributivo, così lo sono anche le sovranità nazionali e le entità politiche autonome in genere.
...Va peraltro aggiunto che il conflitto distributivo costituisce (comunque, in ogni periodo storico: per lo meno successivo all'instaurarsi della civiltà "agricola") il naturale esplicarsi delle dinamiche di gruppi sociali  a interessi differenziati, in ragione della "proprietà" (la Chiesa ha tanto da insegnare - alle elites contemporanee- su questo), ma gruppi coesistenti in modo continuativo su un territorio avente caratteri geo-morfologici tendenzialmente comuni, o, volendo essere precisi, "accomunanti"; e, dunque, naturalisticamente interagenti fra loro, al punto da potersi riscontrare un comune patrimonio linguistico e culturale.
Infatti, la prossimità  e la conseguente interconnessione di insediamenti, appunto caratterizzati da vicinanza fisica, rileva in funzione della consistenza del periodo storico in cui si struttura un "vincolo geografico" tra gruppi
Ovviamente ciò vale a certe date condizioni storiche di struttura economica e di conoscenze scientifiche - che determinano i mezzi di trasporto disponibili e la tipologia ed estensione di infrastrutture comuni come strade, ponti, centri di accoglienza e di stoccaggio per i mercanti in viaggio, etc.: queste condizioni promuovono e determinano- in modo variabile storicamente- l'ampiezza e la stessa omogeneità del vincolo geografico tra gruppi sociali.  Inoltre, pur ottusamente trascurate, nei nostri giorni di predominio dell'irrazionale neo-liberista e antistatalista, fondamentali risultano le condizioni organizzative e istituzionali comuni, da cui, in definitiva, dipende lo stesso avvio di ogni processo sia di avanzamento scientifico che di infrastrutturazione. Si pensi alla cesura tra medio-evo e epoca dell'Impero romano d'Occidente, in termini di diversa crescita delle condizioni di benessere generale, e di diffusione di conoscenze e tecnologie poi andate, appunto, perdute durante l'antistatalista anarchismo feudale.
...
Questo insieme di caratteri, storicamente contigenti, possono tuttavia essere "percepiti" come costanti, in termini di memoria collettiva, per varie generazioni vissute all'interno di quel territorio, plasmando i contatti e la comunicazione intragruppo. Si generano così prassi o "costumi", che, attraverso lo spontaneo rafforzamento del mezzo di comunicazione per eccellenza, il linguaggio - divenuto segno identificativo attraverso la "lingua"- fa assurgere naturalmente il frequente spostamento di "contatto" (con altri gruppi territorialmente localizzati: ma sempre in modo storicamente variabile) a autorappresentazione di una comune memoria culturale. 
Lingua e interazioni condivise, divengono memoria collettiva attraverso forme di narrazione culturale: musiche, canti, balli, credenze e celebrazioni ritualizzate, si sedimentano rispetto al gruppo che vive su quel territorio, fino alla elaborazione di una "letteratura" che codifica quella lingua e gli eventi "significativi" di quella memoria collettiva.
La precisazione appena fatta è un richiamo alla "effettività" del legame linguistico-culturale: questa effettività è, per definizione, relativa e mutevole nel tempo. Solo che risulta (intellettualmente e psicologicamente) difficile percepirlo nell'ambito di una singola generazione e, facilmente, si cade nella staticità identitaria: con grande soddisfazione delle elites, cosmopolite (qui, p.2), che godono dei frutti della strumentalizzazione di tale autopercezione statica (e torniamo sempre a Rodrik, sopra linkato).
Le "date" conoscenze scientifiche e tecnologiche, infatti, influiscono, in modo direttamente proporzionale alla loro velocità di mutamento, sul tipo di struttura economica e di comunicazione, che caratterizzano un gruppo territoriale: e questo include la (progressiva modificazione della) lingua.  Le predette condizioni (tecnologico-scientifiche e quindi proprie della trasformazione sociale capitalista) e la loro (variabile) velocità di cambiamento, quindi, influiscono anche sui caratteri sociali aggregativi in precedenza caratterizzanti un certo territorio "omogeneo": ma influiscono, appunto,  evolvendole in forme la cui portata può sfuggire all'interno della percezione propria di una vita umana
Questo mismatching o "time-lag", tra percezione dei singoli individui (interna alla durata della singola esistenza) e portata "sfasata" del ciclo di mutamenti strutturali, può dar luogo a forme "identitarie" coesistenti e, spesso, confliggenti tra loro, in funzione di fattori psicologici collettivi: il "nuovo" crea e distrugge e il bilancio (di benessere) dei più può risultare negativo. 
La spinta "conservativa" della memoria linguistico-culturale precedente, può essere tanto più forte quando più una forma "unificatrice" di struttura economica, tipicamente il capitalismo, si manifesta con la sua straripante capacità produttiva e di innovazione.
Questa forma di organizzazione sociale e politica "capitalista" (che oggettivamente ci troviamo oggi a fronteggiare, nella sua stessa evoluzione e contraddittorietà) è per definizione fortemente capace di instaurare assetti sociologici di produzione ben definiti (con la divisione del lavoro), dando luogo a forme politiche a sé convenienti, che contrassegnano il territorio, qualunque territorio, in funzione delle esigenze dei rapporti di forza dominanti così instaurati. 
Ma questi "nuovi"  rapporti di forza affermati dal capitalismo, dovrebbe essere intuitivo, non necessariamente, anzi quasi mai, coincidono con quelli delle precedenti comunità territoriali caratterizzate dalle diverse, e più antiche (obsolete, secondo il nuovo paradigma) condizioni sociali comunitarie, sempre coincidenti con una, altrettanto ingannevole, fase agricola "arcadica" intessuta della nostalgia - ideologicamente propagandata- di una perduta felicità agreste che era, invece, la dura realtà del servaggio della gleba e del latifondismo: variano in modo decisivo le condizioni di conoscenza scientifica (sistema di istruzione e formazione), di produzione e scambio (organizzazione del lavoro e infrastrutture) e le modalità di insediamento conseguente (polarizzazione su centri produttivi pianificati, rispetto all'insediamento agricolo "diffuso"). 
...
Questa precisazione ci è parsa utile per meglio comprendere il passaggio del post che precede, relativo alla generazione di un carattere contrappositivo (autodifensivo) del demos, una volta instaurate, dall'evoluzione dei rapporti di produzione, certe condizioni di forte e incompatibile mutamento strutturale (e culturale).
...
Il "nuovo", quindi, riflette anch'esso, come già il passato idealizzato agricolo-feudale, l'affermazione di interessi prevalenti e normalmente contrapposti a quelli della maggioranza, all'interno della comunità. E  ciò anche quando, come spesso, anzi per lo più, si verifica, questi nuovi interessi nascano da un'azione "innovativa" che si produce dall'interno della comunità "linguistica" medesima.  
Da aggiungere. Il tratto comune tra il passato (arcadico) idealizzato e i nuovi assetti della produzione, è tuttavia qualcosa di enormemente gradito alle elites capitaliste, specialmente quelle di scuola Hayekiana: l'implicito consolidamento delle GERARCHIE consentito dal comunitarismo ideale, propagandato come "coagulante", sebbene contro la stessa realtà del passato rinarrato dai "centri di irradiazione" del potere economico. Da questa disomogeneità di interessi ed effetti, interni alla comunità "etnica" precedentemente identificabile, e promossa da forze (dominanti) espresse dalla stessa comunità, va naturalmente differenziato il caso eclatante del mutamento indotto dalla guerra di conquista coloniale, in tutte le sue forme, "moderne" e più recenti. 
Ma anche qui, tra rivendicazione a trazione elitaria (ben dissimulata) del "localismo" e colonizzazione, si ravvisa un tratto comune, proprio del liberismo, formalmente territoriale ma sostanzialmente e sempre, "cosmopolita": in termini di stabilità della conquista, "nessuna forma (moderna) di colonialismo" (che non sia debellatio militare e sterminio con sostituzione etnica, cosa in cui pure "eccelle" una non lontana vocazione germanica), "è possibile senza la cooperazione delle elites locali". ...la conquista coloniale è quella operata da un gruppo vivente su un distinto territorio, avente una distinta lingua e tradizione culturale, e tesa ad instaurare uno stabile e unilaterale assetto predatorio delle risorse del gruppo territoriale assoggettato, che viene controllato da un governo che:  a) è situato, nel suo vertice decisionale, nel territorio del gruppo dominante (come nel caso di Bruxelles rispetto alle macroregioni...);  b) esclude istituzionalmente la partecipazione di esponenti del gruppo assoggettato a ogni forma di governo e di determinazione dell'indirizzo politico (idem come sopra).
Insomma, (al di fuori del caso del colonialismo, e peraltro solo tendenzialmente), parlare una lingua o un dialetto comuni non elimina il fatto che alcuni - pochi e autoproclamatisi "legittimati" al di sopra delle vecchie "prassi e usanze"-, in quanto divenuti capaci di dirigere l'assetto sociale, si avvantaggiano a danno di altri che, pur condividendo lo stesso idioma (e una certa tradizione territorial-culturale), subiscono le decisioni dei primi
4. Per concludere questa lunga sintesi (di tanto materiale e copiose fonti), mi rifaccio al succo del discorso che è riassumibile in questo passaggio di Lelio Basso (se non cogliete le evidenti correlazioni con tutto quanto precede, a mio modesto avviso, siete messi male, a meno che non facciate parte dell'oligarchia: ma in tal caso, coglierete benissimo e avrete anzi tutto l'interesse, molto personale, a negare l'evidenza):
“…penso che la battaglia per la democrazia nei singoli paesi debba essere prioritaria rispetto ai fini federalisti…ci sono cose che vanno, secondo me, profondamente meditate. A me, se così posso dire, la sovranità nazionale non interessa; però c’è una cosa che mi interessa: è la sovranità democratica... Nella Costituzione abbiamo scritto, nel primo articolo: “L’Italia è una Repubblica democratica”; poi abbiamo aggiunto quelle parole forse sovrabbondanti “fondata sul lavoro”; e poi abbiamo ancora affermato il concetto che la “sovranità appartiene al popolo”

Sembra una frase di stile e non lo è. Le costituzioni in genere hanno sempre detto “la sovranità emana dal popolo” “risiede nel popolo”; ma un’affermazione così rigorosa, come “la sovranità appartiene al popolo che la esercita” era una novità arditissima. Contro la concezione tedesca della “sovranità statale”, di quella francese della “sovranità nazionale”, noi abbiamo affermato la “sovranità popolare” quindi democratica. A questo tipo di sovranità io tengo[37]. La sovranità costituzionale è tutto.
(L. BASSO, Consensi e riserve sul federalismo, L’Europa, 15-30 giugno 1973, n. 10/11, 109.118).

martedì 19 settembre 2017

€-RIFORMA DEI TRATTATI: L'INCUBO DEL CONTABILE E' VIVO E LOTTA INSIEME AD €SSI


http://www.liceofoscolo.it/resources/materiali%20didattici/studenti/materiale/paliero/l%27incu1.jpg
Non è un'immagine dell'incubo meramente simbolica e allusiva: è una rappresentazione icasticamente fedele dell'ordine internazionale del mercato...

1. Prendiamo le mosse da questo (prezioso) ritrovamento di Francesco nei commenti al precedente post, per focalizzare un punto essenziale ai fini della comprensione del presente. Partiamo da così lontano nel tempo, (lontano almeno secondo il metro della "cronaca" senza memoria, studiatamente diffusa dal sistema di controllo mediatico), per rammentare un argomento topico, come si suol dire: la facile replica dei L€uropeisti e neo-ordo-liberisti (spesso a propria insaputa; tipicamente ciò vale per i "costituzional-filosofi" come per i  "ventoteniani" ) ad ogni richiamo alla diretta e viva voce dell'Assemblea Costituente e dei suoi maggiori protagonisti, è quella di dire che "da allora le cose sono molto cambiate"
Questo argomento omnibus fa del trascorrere del tempo la leva per affermare una tautologia priva di qualsiasi senso logico-economico e storico, poiché la struttura del capitalismo non è mutata: anzi, le tendenze e le forze che lo caratterizzano da oltre due secoli, sono sempre le medesime, producendo delle fasi cicliche sia dal punto di vista strettamente economico (rilevate con la crescita e l'andamento di occupazione, consumi e, soprattutto, investimenti), che, cosa ben più importante per il cittadino comune, sul piano dell'assetto politico-istituzionale

2. L'ideologia del consolidamento fiscale, de "lo Stato è come una famiglia" - cioè "l'incubo del contabile" deriso inappellabilmente da Keynes, e che segna la distinzione tra "Uomini e no" -, l'ideologia del "non ce lo possiamo permettere", del debito pubblico e della spesa pubblica come costi da sottrarre al bilancio, non tanto fiscale (cosa che è un fatto di contabilità "pubblica) ma al prodotto nazionale (cosa che attiene ai saldi settoriali della ben diversa contabilità "nazionale"), non arretra mai di un millimetro.
Questa para-logica, che è tipica dell'assetto monoclasse e oligarchico proprio del gold standard, con le sue "plebi poverissime" di cui parla - p.8- Guido Carli, proprio a proposito della moneta unica dell'europa federale (prospettiva che Rosa Luxemburg aveva definito con eloquente esattezza già nel 1911, qui, p.2), insomma tutto questo apparato di ideologia teocratica ove "il mercato" è "il bene comune" coincidente con la volontà del Dio (di ESSI), è stato e sempre rimarrà in agguato, pronto a riproporsi e re-istituzionalizzarsi. 
E l'agguato, anzi, l'assedio, riprende oggi, più che mai, in nomine €uropae, ma non s'era fermato neppure "ieri", in sede di Costituente, direttamente intrecciato con le propaggini, non eradicabili, dello stesso liberismo che aveva determinato gli eventi che andarono dalla fine della prima guerra mondiale alla stessa vicenda Costituente.

3. Il brano che Francesco ci offre documenta con chiarezza inequivocabile questo percorso pregresso e, oggi, di arrembante restaurazione. 
Le "cose" non sono affatto cambiate, specialmente quando le "forze della reazione", pur sconfitte in Costituente - ma solo per un breve attimo di democrazia sostanziale- valendosi del "vincolo esterno" L€uropeo, sono esplicitamente volte a prendersi una schiacciante rivincita sulla...sovranità popolare (la sovranità appartiene ai "mercati", per ESSI, perché ciò è l'ordine naturale delle cose). 
Per questo per parlare degli "attacchi", di ieri e di oggi, alle Costituzioni democratiche abbiamo utilizzato la locuzione "Storia di una rivincita", (che è poi il tema centrale di "La Costituzione nella palude").
E dunque, più che commentare direttamente l'episodio del 1946 - che avrebbe dell'incredibile, se si fosse coscienti di cosa e chi fu costretto a sconfiggere la maggioranza schiacciante dei Padri Costituenti-, vediamo come, poco dopo, "a Costituzione in vigore" fu costretto a commentare Federico Caffè:
"Nel III Rapporto della Commissione Economica presentato all’Assemblea Costituente del 18 ottobre 1946 (Problemi monetari e commercio estero - Interrogatori, questionari, monografie), veniva interrogato l’allora ragioniere generale dello Stato, Gaetano Balducci, per chiarire la situazione della tesoreria onde trarre prospettive per il futuro. Anche allora bisognava “sanare” il bilancio dello Stato! 
Baffi chiese a Balducci: “Si potrebbe fare economia in qualche settore? ”. 
La risposta di Balducci fu la seguente:
… Su questo sono un po’ pessimista, perché purtroppo non si riesce a far comprendere tale verità nemmeno agli uomini politici responsabili. Quando un paese si trova nella situazione economica in cui si trova il nostro, tante spese bisogna assolutamente abbandonarle, anche se sono un prodotto della civiltà. Bisogna avere il coraggio di scendere dal livello di civiltà in cui si era. Per esempio (è doloroso dirlo), le spese di assistenza sociale, le spese di istruzione, ecc. non solo vengono tenute al livello di prima, ma anzi si vogliono aumentare, mentre, viceversa, ciò non è possibile…” [Rapporto cit., 108].

Per tale ragione nel 1949 – a Costituzione in vigore – Federico Caffè non poteva che stigmatizzare il mito della “deflazione benefica e risanatrice” che affermava essere alimentato “dalla corrente più autorevole (o comunque più influente) dei nostri economisti, e pedissequamente ripetuto dai politici, sia pure con la consueta riserva, di carattere del tutto retorico, che esclude una loro adesione «a una politica di deliberata deflazione». 
In realtà non occorre che uno stato di deflazione si manifesti in quanto deliberatamente voluto dalle autorità politiche; se esso, comunque, si manifesta, una eventuale inazione delle autorità di governo implica una loro grave responsabilità, in quanto la deflazione, non meno e forse ancor più della inflazione, è uno stato patologico che non si sana attraverso l’azione spontanea delle forze di mercato”.

Egli si rendeva conto che in Italia non fossero possibili allora “… alcune forme di manovra del debito pubblico del genere di quelle seguite negli Stati Uniti e nell’Inghilterra in base alla tecnica della finanza funzionale e ai canoni della politica economica «compensatoria». Ma anche gli obiettivi più modesti di una spesa pubblica in funzione anticiclica e di interventi stimolatori molto più blandi… sembrano irraggiungibili di fronte alla visione strettamente contabile e computistica degli organi in parola, (ndQ.: problema oggi ancora più attuale data la "comprensione" dei giuristi) ai quali pare ben improbabile fare accogliere un giorno l’idea che possa essere utile talvolta non già far quadrare i bilanci, ma tenerli in squilibrio. Alla fine gli organi agiscono con la testa degli uomini che li dirigono…”.

E ricordando con “sgomento” le citate parole di Balducci, Caffè proseguiva:
“…Quando si aggiunge che, parlando di spese di istruzione, egli precisa che intende riferirsi addirittura ai maestri elementari, si può comprendere quale irrimediabile sconforto debba arrecare la consapevolezza che idee simili prevalgano in organi pubblici in posizione strategica agli effetti della manovra della politica economica…
CHE SENSIBILITÀ DI FRONTE AI PROBLEMI DELLA DISOCCUPAZIONE potrà avere chi ritiene eccessiva la spesa per l’istruzione o per i servizi sociali in Italia? Non si tratta di necessaria impopolarità che qualcuno deve anche assumersi. Si può essere impopolari dicendo che certe spese non debbono essere fatte, ma si può esserlo dicendo, invece, che devono essere trovati i mezzi per poter sostenere le spese stesse, ad esempio con una tassazione più incisiva o più perequata.

Nella preferenza accordata a una alternativa anziché all’altra vi è già un concetto di scelta che implica preoccupazioni per certi interessi di gruppo anziché per altri … Alla deflazione pretesa «risanatrice», non meno che all’inflazione, SONO LEGATI INTERESSI PARTICOLARI CHE SI AVVANTAGGIANO DELLA SITUAZIONE CHE NE RISULTA, A DANNO DELLA PARTE PIÙ ESTESA DELLA COLLETTIVITÀ
” [F. CAFFE’, Il mito della deflazione, Cronache sociali, n. 13, 15 luglio 1949].
Quindi, tenetelo a mente: “bisogna avere il coraggio di scendere dal livello di civiltà” in cui eravamo, altro che concorsone con l€uro ed il fiscal compact. Il resto, come evidenziato da Quarantotto, è solo rappresentazione."

4. Il mio richiamo su queste vicende e aggressioni politiche alla democrazia costituzionale, ripetute - e con successo- fino ai giorni nostri non è dunque meramente filologico o metodologico.
Si tratta di un problema attualissimo, proprio in questi giorni e nei prossimi, dato che, a grandi passi, si sta accelerando verso la riforma dei trattati per la finalità essenziale di conservare l'euro (articolo comico involontario imperdibile), cioè il gold standard, cioè la società che, appunto, Carli così descrive:  
"Insomma, il ritorno alla convertibilità aurea generalizzata implicava governi autoritari, società costituite di plebi poverissime e poco istruite, desiderose solo di cibo, nelle quali la classe dirigente non stenta ad imporre riduzioni dei salati reali, a provocare scientemente disoccupazione, a ridurre lo sviluppo dell’economia".
5. Della riforma ora in gestazione dei trattati L€uropei rammentiamo le linee fondamentali, v.p.10.
Il pretesto attualizzatore è la tragicomica "solidarietà" interfederale sul default dei titoli del debito pubblico dei paesi dell'eurozona, default che ci assicura di rendere probabile attraverso un bel mix di rating del debito pubblico, con obblighi di vendita per gli istituti bancari nazionali, e misure dell'ESM-Trojka istituzionalizzata che completino il tutto facendo decollare le sofferenze sistemiche e i bail-in sui risparmiatori nazionali:
"Ferma la "irrealistica" praticabilità di un adeguato bilancio fiscale federale, il massimo che si tenterà di fare, e che Macron è predisposto ad accettare per sua "forma mentis", è un inadeguato bilancio di tal genere: cioè composto con risorse fornite, da tutti i paesi dell'eurozona, in proporzione maggiorata in rapporto al PIL, rispetto all'attuale contribuzione, ma senza alcun intervento solidale-compensativo a carico della Germania. Questo pseudo bilancio federale (che non avrebbe alcuna funzione di riequilibrio delle asimmetrie interne, ma solo la veste di un'esosa esazione aggiuntiva aggravante la situazione fiscale dei paesi in crisi di competitività), sarebbe semmai, in più, farcito di un ESM trasformato in trojka permanente, intenta a "sorveglianze" di bilancio direttamente sostitutive delle politiche fiscali residue dei paesi dediti all'aggiustamento (quindi moltiplicando il "trattamento Grecia" per chiunque non correggesse di qualche decina di punti percentuali il costo del lavoro, tramite il dilagare della disoccupazione e la distruzione del welfare) e con un ministro euro-finanziario fantoccio della "guida" tedesca".

domenica 17 settembre 2017

INSINDACABILI CONTRADDIZIONI: LE SMENTITE (PRE-ELETTORALI) APPARENTI A...CHECCO ZALONE


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1. A proposito di insindacabilità delle "terze ed imparziali" istruttorie condotte dagli organi tecnici dell'UE, fatevi, se potete, due tristi risate leggendo l'articolo il cui link attivo trovate dentro a questo tweet (la cosa ulteriore che potrebbe suscitare stupore è che sia La Stampa a riportare con questo taglio e con questo titolo una simile notizia):


Ci si rende conto che questa notizia si riflette inevitabilmente sulla credibilità delle decisive valutazioni di fatto compiute, in immancabile endorsement della Commissione UE, dalle sentenze della CGUE e, dunque, getta luce anche, - in inevitabile e più che ragionevole retrospettiva-, su tutta la sua auto-costruzione dell'acquis comunitario (qui, p.6.2. assolutamente da rileggere)

1.1. Cosa resta, di fronte a un tale discredito - auto-procurato nel più trito e scontato dei modi-, delle "inderogabili" necessità "tecniche" sempre reclamate dalla Commissione come soluzioni ottimali (e quindi insindacabili) che, come ben ci spiega Barroso, devono potersi imporre senza alcuna legittima resistenza degli stolidi parlamenti nazionali? 
Se per la tutela ambientale e della salute questo risulta il modus procedendi, cosa è accaduto e cosa continua veramente ad accadere nei processi decisionali delle istituzioni UE sotto il ben più opinabile profilo politico-economico e fiscal-finanziario (rammentiamo infatti che Barroso parlò, come presidente della Commissione, del fiscal compact, in questi esatti termini; sempre qui: "non c'è miglior illustrazione, circa la INEVITABILITA' del ruolo della Commissione dell'accordo intergovernativo chiamato Fiscal Treaty").

2. E' arrivato, per "qualcuno" (e quel qualcuno non siamo certo noi) il momento di farsi delle domande ?
No, niente paura. O meglio, abbiatene ancora di più.
La critica alla "attendibilità" e alla trasparenza (eufemismo) dei processi decisionali tecnocratici delle istituzioni UE, pare obiettivamente corrispondere ad una ben prevedibile valutazione di opportunità pre-elettorale
E, se qualcuno nutrisse dei dubbi (cioè sull'efficacia tattica della conservazione politica perseguita dal sistema mediatico), basta vedere con quale solerzia sono diffuse le rassicuranti indicazioni sul "disinnesco" della manovrona-lo-vuole-L€uropa, che, per grazia ricevuta pre-elettorale (come puntualmente avevamo previsto), si stempera in un semplice consolidamento "moderatamente" pro-ciclico e recessivo (sempre che la direzione del ciclo, programmatica, la si intenda in termini di occupazione U6 e di redistribuzione verso l'alto della scarsa crescita prodotta).

3. Una plateale conferma di tutto ciò, l'abbiamo da questa ulteriore notizia, che, se fosse compresa in tutta la sua portata, sarebbe una vera e propria bomba.
Dopo decenni di classifiche, neppure comprese in verità, sull'esercito dei dipendenti-pubblici-improduttivi (consigliamo la rilettura di questo post del 2012), in Italia, e sull'esigenza di ridurne il numero, che si inserivano in questo quadretto: 
 


...Questo il dettaglio OCSE sui numeri del 2011 (ripetiamo ulteriormente ristretti, con le politiche l€uropee seguite in Italia, dalle manovre degli anni successivi):

 

Dall'esame dei dati OCSE 2011, quindi dalla fonte sopra linkata, prendiamo queste osservazioni: "Contrariamente a quanto ritiene gran parte dell’opinione pubblica, i dipendenti pubblici in Italia non sono troppi: sono troppo pochi. Nel 2011 (dati OECD) in Italia c’erano 3.435.000 dipendenti pubblici (di cui 320.000 precari, tra collaboratori e partite IVA), contro i 6.217.000 della Francia e i 5.785.000 del Regno Unito, paesi con una popolazione molto simile a quella dell’Italia e un pil non troppo superiore. Anche in Spagna e negli Stati Uniti i dipendenti pubblici pro capite sono più numerosi che in Italia (rispettivamente 65.6 e 71.1 per mille abitanti, contro i 56.9 dell'Italia). Solo il dato tedesco è apparentemente simile a quello italiano (54.7 per mille abitanti), ma esso è influenzato verso il basso dal regime privatistico del personale sanitario
Se consideriamo il solo personale amministrativo, per avere in Italia lo stesso numero di dipendenti pubblici pro capite che c’è in Germania bisognerebbe ricorrere a 417.000 nuove assunzioni, a fronte di uno stock attuale di 1.337.000: un incremento del 31%. E per avere lo stesso numero di impiegati amministrativi pro capite degli USA bisognerebbe assumerne addirittura 1.310.000."

4. Or dunque, dopo tutto questo, oggi, alla vigilia della presentazione delle linee fondamentali della manovra di stabilità (moderatamente pro-ciclica...), se ne escono appunto con questo titolo:  
"Il governo pensa al concorsone Mezzo milione di statali in uscita nei prossimi 4 anni. L'esecutivo punta ad anticipare le uscite e ad assumere giovani nella pubblica amministrazione". 
E allora, come si concilia coi precedenti slogan, diktat e pseudo-dati?
Se si pensa che "lo Stato è come una famiglia" e che la spesa pubblica sia un costo da sottrarre al PIL in quanto causa dell'alta pressione fiscale...non si dovrebbe tollerare di tener ferma la percentuale, sia pur già ridotta, dei principali fannulloni e portatori insani di spesapubblicaimproduttiva.

5. Ma, guarda un po', prima delle elezioni, 500.000 persone, specialmente i ggiovani (anzi, quali potenziali aspiranti, molte di più), potrebbero venir convinte che, se riuscissero a uscire da disoccupazione e precarietà, allora vorrà dire che non c'è più castacriccacorruzione (eh sì, questi sono i sillogismi correnti nell'opinione di massa che si orienta sui principali partiti, di opposizione inclusi; anzi, specialmente).
E quindi, verrà da pensare a tutti costoro, qualcuno ce l'avrà questo merito...
E questi nuovi sillogisti con prospettiva di mega-bandi, una volta che sia scritto nella legge di stabilità che si faranno i concorsoni, (e per quanto, quindi, ben lungi dall'essere assunti), saranno una nutrita schiera riconoscente: ma anche disponibile a rivedere, per se stessa (soltanto), l'idea che gli impiegati pubblici siano dei fannulloni e che "c'ha proprioraggione Checco Zalone".
Naturalmente, SE lo faranno, i bandi saranno soggetti alla clausola rebus sic stantibus, relativa alla stabilità finanziaria&fiscale: ne L€uropa funziona così. Dovrebbero averlo accettato tutti che siamo governati dallo "stato di eccezione", versione istituzional-€uropea della shock-doctrine.
E così, purtroppissimo, dopo le elezioni, nell'arco di lunghi e tempestosi anni della futura legislatura, potrebbe scappar fuori una nuova "crisi del debito pubblico" che si cura, - si sa, anche se è controfattuale-, tagliando la spesapubblicabrutta per rassicurare "i mercati".

5.1. E poi, poi, non scherziamo: se, al delimitato scopo di mantenere (non incrementare! 'Nziamai), il numero dei pubblici dipendenti, già "tagliato" da 25 anni di blocchi del turn over, nonché abbondamentemente sotto la media degli Stati comparativamente significativi, si desse il via libera a tante-tante assunzioni (di mera conservazione degli organici attuali e...salvo crisi sopravvenute), temo che si arriverà a dire che il jobs act si applichi integralmente a tutto il pubblico impiego. 
La flessibilità, in cambio di una pseudo-misura espansiva (e a malapena capace, semplicemente, di non incrementare l'attuale insufficienza e disfunzionalità delgi organici), parrà un ragionevole prezzo da pagare...
Ma dopo le elezioni; rigorosamente.